Teddy Group è un’azienda italiana di fashion retail. Tre dei suoi brand, Rinascimento, Terranova e Calliope, hanno ciascuno la propria operatività ecommerce e il proprio team, e servono circa 30 mercati online. Nell’arco di cinque mesi il gruppo li ha portati tutti e tre su Shopify, uno alla volta, mantenendo lo sviluppo in casa.
- Sviluppo frontend 4 volte più veloce. Quello che richiedeva due settimane oggi richiede un giorno.
- Da 2 a 3 volte più sviluppo a parità di budget annuale, con una riduzione del costo per nuovo intervento tra il 60% e il 70%.
La sfida: tre brand, rilasci lenti, costi in crescita
Teddy Group aveva passato cinque o sei anni a personalizzare Magento. Ognuno dei tre brand aveva la sua istanza e ogni istanza girava su macchine cloud che il gruppo dimensionava, monitorava e manteneva con l’aiuto di un partner. Il costo si presentava due volte: sulla fattura dell’infrastruttura e nelle ore che persone interne e fornitori esterni dedicavano a tenere in piedi quelle macchine.
Le richieste piccole si comportavano come quelle grandi. Una funzionalità modesta significava comunque una fase di analisi, una stima di costo, una finestra di rilascio e un controllo successivo sulle performance per verificare che nulla fosse peggiorato. “Ogni volta che andavamo a chiedere un nuovo sviluppo, anche relativamente piccolo, tempi di analisi, costi e tempi di rilascio erano diventati molto importanti”, racconta Cesare Malavasi, CTO E-commerce di Teddy Group. Ogni anno arrivavano al suo team un centinaio di richieste di progetti o evolutive, su una piattaforma che non evolveva da sola, e tutto quello che usciva sul mercato e tutto quello che nasceva dal business finiva nella stessa coda lenta. “Prenderle, prioritizzarle, convincere i brand, costificare tutto: era un lavoro enorme”, spiega Cesare.
Il gruppo ha condotto una software selection completa, con Shopify, Salesforce Commerce Cloud, Magento Cloud e Shopware nella rosa finale. Magento Cloud è uscito per primo, perché richiedeva comunque di configurare e scalare la stessa infrastruttura, solo su macchine di qualcun altro. Shopware è uscito subito dopo, giudicato troppo giovane e privo di referenze enterprise di dimensioni comparabili. Shopify ha vinto il confronto finale su tre punti: un’interfaccia che i team operativi dei brand potessero usare davvero, un modello di pricing legato al fatturato invece che a un impegno pluriennale su cifre da garantire in anticipo, e un ecosistema di sviluppo su cui è più economico trovare competenze.

La soluzione: una piattaforma SaaS gestita dai team
La migrazione è avvenuta brand per brand, non tutta insieme. Ogni team ha impiegato due o tre mesi per assestarsi, meno per ragioni tecniche che per il cambio di abitudini di persone che lavoravano nello stesso modo da anni. Teddy Group lo aveva messo in conto.
Il percorso tecnico ha combinato app di terze parti e software sviluppato internamente. Le app standard hanno coperto una parte del carico e, dove non bastavano, il team ha costruito le proprie e le ha collegate. Il punto è che entrambe potevano convivere sulla stessa piattaforma. “La possibilità di collegare le nostre app molto facilmente… anche quello ci ha salvato spesso”, racconta Sara Nevischio, Digital Product Manager di Teddy Group.
Teddy Group ha raggiunto il momento di massima pressione a metà della migrazione, senza margine per inserire nuove risorse. Il team ha messo al lavoro gli strumenti MCP (Model Context Protocol) di Shopify su entrambi i fronti: la parte rivolta agli sviluppatori per il lavoro tecnico, quella rivolta ai team operativi per dare a ciascun brand quello che serviva, direttamente.
Tutta la parte di MCP, soprattutto per la parte dev, ci ha permesso di fare sviluppi da soli.
Il frontend è stato costruito in Liquid e non in headless, una scelta che il team ha trovato molto più rapida da gestire rispetto al PHP di Magento. Anche il backend ha accelerato, grazie ad API già esposte invece che da creare ogni volta.
Il risultato: più rilasci, meno spesa, conversione in crescita
La voce infrastruttura è sparita dal primo giorno. Dimensionamento dei server, manutenzione delle macchine, controllo mensile delle fatture e ore dei fornitori dietro a tutto questo sono stati eliminati completamente, dal giorno in cui ciascuno dei tre è andato live. Il canone della piattaforma li ha sostituiti a una frazione di quello che costavano, e i costi nascosti non sono tornati.
Con loro sono usciti due contratti. Il gruppo non tiene più un’agenzia per la manutenzione ordinaria e non paga più un servizio di assistenza h24 esterno, avendo portato il presidio internamente. Oltre al risparmio, questo ha dato al team la governance diretta dei propri sistemi, al posto di un fornitore che comunque richiamava le persone di Teddy a ogni problema.
È sulla capacità di rilascio che il cambiamento si legge meglio. Il frontend viaggia quattro volte più veloce, con il contributo degli strumenti AI, e circa tre volte più veloce senza. Il backend è tre volte più rapido con l’AI, due volte senza. Un progetto grande che tocca entrambi, che prima occupava un trimestre intero, oggi si chiude in un mese o un mese e mezzo.
Fai due o tre volte le cose che facevi con gli stessi soldi di prima.
Anche il costo del singolo intervento è sceso, mediamente tra il 60% e il 70% rispetto alla piattaforma precedente, e secondo la stima di Cesare fino all’85% nel caso dell’integrazione con Algolia.
È cambiato anche quello che i team chiedono. Invece di depositare richieste evolutive in una coda che si muoveva poco, i team dei brand seguono ogni release di Shopify e prendono quello che serve loro, riservando lo sviluppo su misura alle poche cose specifiche della propria categoria. Questo ha liberato spazio per lavorare su temi di performance che prima non trovavano posto, a partire dalla riduzione della percentuale dei resi.
I team marketing lo percepiscono ogni giorno. Un banner chiesto la mattina può essere online il pomeriggio, l’apertura di un nuovo mercato lato frontend richiede pochi minuti e cambiare la dicitura delle spedizioni prima del picco di Natale non parte più da un ticket. “Se la comunicazione chiede un banner la mattina, magari il pomeriggio c’è già. Prima erano cose impensabili”, racconta Sara.

I team hanno inoltre iniziato a fare A/B test per la prima volta con Rollouts, e usano Sidekick per creare banner in autonomia, per capire come impostare le configurazioni della piattaforma e per analisi su ordini e clienti.
Calliope, ultimo brand a migrare, non ha avuto intoppi. La migrazione di Terranova è stata la più impegnativa dei tre, e da allora il brand si è ripreso molto bene. “Sicuramente il replatforming ha aiutato a migliorare la conversione su tutte le nostre piattaforme: siamo molto soddisfatti della strada fatta finora, che conferma la validità della nostra strategia”, afferma Andrea Arcangeli, digital director di Teddy Group.

